Il tempo del cinema

Sfogliando il numero 77 di Wired, che ha come tema principale come il nostro rapporto col tempo sia cambiato a seguito dell’introduzione delle nuove tecnologie, ho trovato un articolo molto interessante scritto da Gianni Canova (didascalia) che parla di come il cinema abbia sconvolto il concetto di tempo e il nostro modo di percepirlo. Il tempo, argomento che ha sempre un grande fascino, che ha uno stretto rapporto con cinema.

In questo post porterò alcuni punti del suo articolo, che consiglio vivamente di leggere nella sua versione integrale sulla rivista cartacea.

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Gianni Canova, nato a Castione della Presolana nel 1954, è critico cinematografico, saggista e professore di Storia del cinema e Filmologia all’università IULM di Milano.

Come si legge dall’articolo, ha tutto inizio con la trilogia Ritorno al futuro (1985-1990) di Robert Zemeckis, nella quale il giovane Marty McFly (Michael J. Fox) e lo strampalato Doc Brown (Christopher Lloyd) sono i protagonisti di vicissitudini che li vedono balzare con facilità, seppur con alcuni intoppi, avanti e indietro nel tempo a bordo di una DeLorean DMC-12. Da quel momento il cinema ha stravolto il concetto di tempo e la percezione degli spettatori, con sbalzi temporali che andavano contro l’idea di linearità e inesorabilità.

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Michael J. Fox e Christopher Lloyd nei panni di Marty McFly e Doc, insieme a Copernico e alla celebre Delorean DMC-12.

Riprendendo la mitologia antica, viene proposta la dicotomia delle due maschere del tempo: Kronos, il dio che divora i suoi figli e poi li vomita e che rappresenta l’idea di un tempo ciclico, e Kairos, divinità meno conosciuta di un tempo “qualitativo”, occasionale. E il cinema contemporaneo ha come tema principale proprio lo scontro tra Kronos e Kairos, in un conflitto tra quantitativo e qualitativo.

“Kronos è quantitativo, Kairos è qualitativo. Kronos è ciclico e sequenziale, Kairos è occasionale. Kronos è il tempo circolare dell’orologio, Kairos è quello mercuriale del vissuto. Il grande tema del cinema contemporaneo è appunto il continuo confronto/conflitto fra Kairos e Kronos.”

Vari sono gli esempi cinematografici di come sono mutati il rapporto e la percezione del tempo. Nella famosissima serie televisiva Lost di J.J. Abrams il ritmo della vita dei superstiti del volo Oceanic 815 era scandito dai cicli di 108 secondi del timer per garantire la sopravvivenza dell’isola: un tempo che ingabbiava gli abitanti dell’isola, un punto di riferimento sul quale costruire la propria vita. Un parallelo a come il “tempo sociale” cambi a seconda dell’epoca, della cultura e dell’innovazione tecnologica, con l’introduzione di dispositivi che scandiscono sempre di più i ritmi delle nostre vite.

Facendo un salto in avanti (ironico no?) ci si imbatte in un tempo “collassato”, il “Pulp Time” come viene definito da Canova per evocare Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino, nel quale il tempo viene manipolato e impastato più volte, un tempo in cui le sequenze narrative non rispettano il concetto di linearità fino a distruggerlo. Un tempo nel quale si parte dalla fine biologica, l’anzianità, per arrivare al principio, la natalità, come accade nel film Il curioso caso di Benjamin Button (2008) di David Fincher.

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John Travolta nei panni di Vincent Vega in Pulp Fiction.

Un tempo che oggi viene sfruttato da tutti i social media proprio grazie allo stravolgimento causato dal cinema.

“Se oggi i social media possono permettersi di rifiutare la dittatura della cronologia e di scegliere l’ordine di apparizione dei post in base ai loro algoritmi invece che seguendo l’ordine di pubblicazione, è perché da due o tre decenni il cinema ha fatto un lavoro preparatorio capillare, ha addestrato e allenato l’inconscio collettivo a una pratica non lineare e non progressiva del tempo.”

Canova continua dicendo che se all’inizio il cinema ha proposto un idea di tempo basata sulla linearità e sulla scorrevolezza, ora fa decisamente il contrario trasmettendo un tempo dominato da suspense, conti alla rovescia come in 127 ore (2010) di Danny Boyle, contrasti tra tempi psicologici a livelli paralleli e tempo reale nel caso di Inception (2010) di Christopher Nolan, o nell’impresa di far coincidere il tempo della narrazione con il tempo della vita come fatto da Alejandro Gonzàlez Iñárritu con Birdman (2014) ma prima ancora da Alfred Hitchcock nel thriller ad alta tensione Nodo alla gola (1948).

L’articolo continua con altre considerazioni molto interessanti che potrete trovare nel magazine (ho già consigliato di leggerlo? leggetelo!). Tutto quello che Canova scrive ci fa riflettere di come grazie al cinema il tempo, da scorrevole, inesorabile e opprimente, venga manipolato e stravolto fino a diventare irregolare, collassato e favorevole.

Ovviamente c’è la percezione che abbiamo di questa dimensione così misteriosa, ovvero il tempo dello spettatore. Il tempo quantitativo e quantificabile nell’oretta e mezza spesa nella visione, che può essere scorrevole se il film rispetta un’idea di linearità o che può essere statico e spezzettato se ci si destreggia in salti temporali. E poi una dimensione qualitativa, colorata dal vissuto emotivo suscitato da una scena: la gioia e l’emotività che vorresti continuassero ancora un po’, oppure l’orrore e la sofferenza che sembrano attanagliarti così a lungo da non giungere mai al termine.

 

 

 

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Recensione “Dio esiste e vive a Bruxelles”

Vi è mai capitato di guardare un film che avete apprezzato per vari aspetti, ma comunque non vi sentite pienamente soddisfatti?

A me capita molto spesso quando il film non riesce a trasmettermi nessun messaggio. Essendo il cinema una  forma artistica, ma anche un mezzo di comunicazione, molto spesso mi aspetto un messaggio che non deve essere per forza sotto forma di morale da fiaba per bambini, ma che mi faccia conoscere meglio un aspetto della vita secondo il punto di vista dell’autore.

E’ vero, forse la questione tende ad essere molto soggettiva: molte persone guardano film solo per passare un’ora e mezza di svago e “spegnere” il cervello. Spegnere tra virgolette, perché in quanto esseri umani siamo in costante ricerca del significato della realtà che ci circonda.

A volte non dipende dallo spettatore, ma dalle pellicole: film nei quali il messaggio c’è e risulta molto chiaro con riferimento alla vita di tutti i giorni. Altre volte il film non veicola nessun messaggio e si concentra su effetti speciali e botte da orbi. Poi ci sono i film che sembra vogliano trasmetterti un messaggio, ma non riescono a veicolarlo in maniera efficiente ed efficace.

Un esempio di quest’ultima categoria è un film che ho visto recentemente: Dio esiste e vive a Bruxelles (2015) di Jaco Van Dormael . Il film, selezionato per il Belgio nella sezione miglior film straniero degli scorsi Oscar fino alla lista di dicembre, mi era stato fortemente consigliato da vari amici per la trama originale. Avendo trovato le recenti produzioni franco-belga molto interessanti, ho deciso di guardarlo seppur con grande ritardo.

Il film è notevole dal punto di vista tecnico, con delle bellissime inquadrature e un montaggio che da al film un buon ritmo. Anche la scelta degli attori è secondo me azzeccata, soprattutto per Benoît Poelvoorde nel ruolo di un Dio inedito. Ho apprezzato molto anche la fotografia (Christophe Beaucarneche crea la giusta atmosfera per le varie scene.

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Pili Groyne nel ruolo di Ea in una scena del film.

La trama è appunto molto originale: questo Dio in pantofole, cattivo e cinico nei confronti di chiunque, famiglia compresa,  che ad un certo punto decide di affliggere il mondo con una serie di “leggi della sfiga” scritte al suo computer (la fetta di pane che cade sempre dalla parte della marmellata, ad esempio). Dopo la fuga di casa di JC (Jesus Christ, ovvero Gesù), anche la figlia minore Ea (la giovanissima Pili Groyne), stanca dell’atteggiamento del padre nei confronti della madre e disgustata dal trattamento riservato agli esseri umani, decide di fare un dispetto al padre rivelando a tutti gli abitanti della terra le loro date di morte e di scappare di casa per reclutare altri 6 apostoli e scrivere un “nuovo” nuovo testamento per la salvezza dell’umanità.

Tutto molto bello, peccato che il film nel finale si incarti in scene un po’ campate per aria e che mi abbia lasciato con quello stato d’animo che non si riesce mai a definire dopo la visione di una pellicola: “Mi è piaciuto o no? Ma cosa voleva dire il finale? Ma perché questa scena?”. Il finale che cerca di stravolgere tutto, il finale che non viene costruito sulla base della storia svolta fino a quel momento. Questi film, dal potenziale enorme, che però lasciano sempre un po’ di perplessità.

Come già detto, la questione è molto soggettiva, e probabilmente se ci si ragionasse su si potrebbe trovare un significato molto profondo. Ma proprio in base alle cose già accennate all’inizio, il cinema è un mezzo di comunicazione immediato, che lascia certo spazio a riflessioni e dibattiti, ma che ha il potere di trasmettere un messaggio chiaro e diretto se ben costruito. Molto spesso, come in questo caso, quest’immediatezza viene a mancare.

Ci sarebbero sicuramente altri esempi al riguardo, ma questo era il più recente per quanto mi riguarda.

Come già detto, non tutti i film ci metteranno in condizione di ricevere un messaggio: difficilmente ci chiederemo se ci viene trasmesso un messaggio da un film di supereroi, anche se a volte potremmo rimanere sorpresi…

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Scena finale del film Il cavaliere oscuro (2008) di Christopher Nolan.

 

 

Netflix e Amazon: prove da major

Recentemente ho letto un articolo molto interessante di Adam Epstein pubblicato su Quartz, tradotto in italiano su Internazionale.it, riguardo l’enorme potere acquisito negli ultimi tempi da Netflix e Amazon e su seri progetti di investimento nel mondo del cinema.

Netflix, società amministrata da Reed Hastings, ha prodotto e continua a produrre numerose serie TV di successo, tra le tante House of Cards e Orange is the New Black. Lo stesso vale per Amazon, con la serie TV Transparent, vincitrice agli Emmy, e l’annuncio di una nuova serie scritta e diretta da Woody Allen.

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Il cast di Transparent, serie TV prodotta da Amazon

Nell’articolo si legge della loro volontà di trasformarsi in grandi studios cinematografici, ed entrare di diritto nel novero delle major di Hollywood. In occasione del Sundance Film Festival, il festival cinematografico dove i film indipendenti cercano di ritagliarsi uno spazio nel cinema “dei grandi”, Netflix e Amazon sono i veri protagonisti nel cercare di accaparrarsi le pellicole più interessanti e promettenti. Infatti, Amazon è riuscita ad accaparrarsi il film Manchester by the sea, con un’offerta superiore a quella di Fox e Universal: tutto questo fa riflettere ulteriormente su quanto efficienti siano le strategie dietro quest’azienda e l’enorme potere acquisito in così poco tempo.

Tuttavia, le due società hanno dimostrato che la loro modalità di distribuzione si basa fortemente su Internet, la quale può risultare un’arma a doppio taglio nel contesto cinematografico. L’esempio principe è quello del film Beasts of no nation, scritto e diretto da Cary Fukunaga (regista della prima stagione della serie TV True Detective) e interpretato da Idris Elba e Abraham Attah, acclamato dalla critica ma tagliato fuori dalle liste per premi i più ambiti probabilmente a causa della strategia di distribuzione del film, uscito contemporaneamente nelle sale e su Netflix. Inoltre questa modalità di distribuzione, non condivisa da tutti gli autori, può essere d’intralcio all’acquisizione dei diritti su pellicole potenzialmente di successo.

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Idris Elba nel film Beasts of no nation

Questo articolo mi ha fatto pensare che sarà davvero interessante osservare i futuri avvicendamenti di quello che, ormai, sembra l’inizio di una vera rivoluzione nella scena cinematografica.

(In allegato i link all’articolo di Epstein)

Articolo originale su Quartz

Articolo tradotto su Internazionale

Recensione "Revenant – Redivivo"

Revenant – Redivivo (“The Revenant”) è un film drammatico del 2015 diretto dal regista premio Oscar Alejandro Gonzàlez Iñàrritu e interpretato da Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson e Will Poulter.
Il film, co-scritto dallo stesso Iñàrritu e da Mark L. Smith e distribuito da 20th Century Fox, è basato sull’omonimo romanzo scritto da Michael Punke: si ispira alla vera storia del cacciatore di pelli Hugh Glass, che nel 1823, durante una spedizione commerciale nei territori circostanti al fiume Missouri, fu abbandonato in fin di vita dai suoi compagni, riuscendo a sopravvivere.

 TRAMA

Durante una spedizione di caccia, una spedizione commerciale di pelli subisce un attacco da parte di un gruppo di indiani Arikara. Hugh Glass (Leonardo DiCaprio), suo figlio adolescente Hawk (Forrest Goodluck), nato dall’unione con una donna Pawnee e uccisa anni prima durante un attacco di soldati americani, e alcuni uomini della compagnia riescono a fuggire con una barca risalendo il fiume Missouri, riuscendo a salvare parte delle pellicce.
Dopo aver abbandonato la barca per proseguire a piedi, il comandante della spedizione Andrew Henry (Domhnall Gleeson) decide di nascondere il carico per muoversi più in fretta e tornare a recuperarlo una volta raggiunto il forte.
In esplorazione nei boschi, Glass viene attaccato da un orso grizzly e ridotto in fin di vita. I compagni, dopo alcuni tentativi per trasportarlo, si rendono conto di non poterlo fare a lungo e si convincono che l’uomo sia ormai in fin di vita. Il capitano Henry promette una ricompensa in denaro ai tre uomini che resteranno ad assistere Glass fino alla sua morte: Hawk, il giovane Jim Bridger (Will Poulter) e John Fitzgerald (Tom Hardy), quest’utlimo interessato solamente al guadagno economico, si offrono di assistere il ferito e di assicurargli una “sepoltura dignitosa”.
Fitzgerald, spaventato dall’imminente arrivo degli Arikara e desideroso di riscuotere la ricompensa per ritirarsi in Texas, cerca di far capire a Glass che è inutile prolungare ulteriormente la sua agonia e cerca di ucciderlo. Hawk si accorge del tentativo e aggredisce Fitzgerald, che accoltella il giovane sotto gli occhi dell’inerme Glass.
Fitzgerald convince Bridger a partire verso il forte, fingendo di aver avvistato degli Arikara nelle vicinanze, e facendogli credere che Hawk si sia perso. I due lasciano Glass al suo destino.
Da qui inizia il calvario del cacciatore che, ferito e ridotto allo stremo delle forze, si trascina tra i boschi innevati, nuota nelle acque gelide del Missouri e sfugge agli attacchi degli Arikara, in cerca di vendetta per la morte del figlio.

ANALISI


“Io non ho paura di morire. Sono già morto.” Hugh Glass
Redivivo significa “tornato in vita”, ed è proprio quello che succede al protagonista: dall’essere pronto per la “sepoltura dignitosa” al rimettersi in piedi e lottare per avere la sua vendetta.
La storia è simile ad altre tante storie già viste sui grandi schermi, quella dell’eroe, in questo caso una sorta di Highlander, che dopo essere stato accarezzato dalla morte si rialza e combatte per portare a termine il suo scopo.
Il tema della vendetta risulta quindi portante per la storia, con i personaggi che si interrogano sul suo valore e su chi ne abbia il diritto (“la vendetta è nelle mani del creatore”). La vendetta è, apparentemente, la motivazione che permette a Glass di lottare contro la morte.
Un altro punto centrale del film è senza dubbio la sopravvivenza e come si declina nei vari personaggi: Glass cerca di sopravvivere alle ferite e alla fame per “tornare alla vita” e rivendicare la morte di suo figlio, Fitzgerald invece, un uomo egoista che non crede in nulla, non sa dare valore alla vita se non in termini economici e decide quindi di “sopravvivere”.
 
“Vita?! Di che vita sta parlando, io non ce l’ho una vita. Io cerco di sopravvivere.” John Fitzgerald
 
L’amore riesce a ritagliarsi brevi ma significativi spazi nel film: dai ricordi/sogni di Glass riguardo la moglie deceduta, al rapporto con suo figlio Hawk (simbolica è la scena in cui Glass è sdraiato accanto al cadavere del figlio e lo accarezza, sussurrando vecchi insegnamenti).
A questo si ricollega il tema della forza, rappresentata dalla bellissima metafora del vento e dell’albero che viene riproposta dalla voce fuoricampo della moglie deceduta nei momenti di maggiore difficoltà (fisica e dello spirito) per il protagonista.
La violenza è praticamente presente per tutta la durata del film e si fa fatica a tenere il conto delle scene in cui viene versato del sangue; se si è deboli di stomaco si potrebbe avere qualche difficoltà a vedere alcune scene.
Al tema della violenza si collega quello riguardante l’abuso dei nativi americani e delle differenze tra gli uomini “civilizzati” e i “selvaggi”: emblematico è l’incontro di Glass con il Pawnee solitario che, a differenza dei suoi uomini, si prende cura di lui e non lo abbandona alla morte. Si assiste quindi un capovolgimento di ruoli, in cui gli uomini civilizzati non si dimostrano migliori dei “selvaggi”.
In generale, però, emerge una pesantezza a cui Inarritu aveva abituato il pubblico con i suoi vecchi film e che aveva parzialmente nascosto con Birdman: nonostante alcune sequenze abbiano siano frenetiche, il ritmo è piuttosto lento e la riproposizione dei flashback e degli spezzoni onirici può risultare ridondante.

Un punto di forza di questo film è sicuramente l’unione sinergica di regia e fotografia (l’accoppiata Iñàrritu-Lubezki è risultata sensazionale già in Birdman). Insieme, fotografia e regia danno al film vita propria, offrendo possibilità a chi lo vede di sentirsi coinvolto negli avvenimenti.

Le riprese sono state fatte quasi totalmente in condizioni di luce naturale, il che dona alla pellicola un’atmosfera ancora più reale: i colori hanno grande importanza nel creare l’atmosfera delle varie ambientazioni (fate caso al colore del fuoco, al verde delle foreste o al violaceo delle labbra di DiCaprio nella scena del fiume). 

Lubezki ha dichiarato a Variety che la troupe ha avuto difficoltà con le attrezzature a causa delle bassissime temperature.

 

Emmanuel Lubezki e Forrest Goodluck durante le riprese del film. The idea of using natural light came because we wanted the audience to feel, I hope, that this stuff is really happening.


Le immagini e le ambientazioni di questo film fanno sentire lo spettatore solo, immerso nella natura più selvaggia, tra la vastità delle foreste della Columbia Britannica e l’immensità delle montagne innevate della Terra del Fuoco: sensazionale è la ripresa dall’alto di una vasta distesa di neve tra le montagne che parte da lontano e arriva ad inquadrare DiCaprio in cammino.
Iñàrritu catapulta lo spettatore direttamente nel vivo dell’azione, anche grazie all’uso della steadycam. Nelle scene degli scontri ci si sente coinvolti nel combattimento, in quelle di sopravvivenza si può percepire il dolore e il freddo provato dai personaggi.
Queste sequenze sono capaci di trasmettere forti sensazioni e stati d’animo, dalla tranquillità all’angoscia, dalla rabbia alla solitudine.

Alejandro Gonzàlez Iñàrritu e Leonardo DiCaprio sul set del film.

Il regista fa ampiamente uso del long take, una tecnica che consiste nella narrazione degli eventi attraverso lunghe riprese, limitando l’uso del montaggio cinematografico e sfruttando il montaggio basato sui movimenti della macchina e su una messa in scen articolata. Questo permette di seguire appieno lo svolgimento della vicenda, passando dalle azioni di un personaggio a quelle di un altro senza mai staccare l’inquadratura e dando alla scena un realismo temporale (un esempio rappresentativo è la scena dello scontro con gli Arikara all’inizio del film).
Tom Hardy ha raccontato a Variety che inizialmente l’idea del regista era quella di girare il film in una singola ripresa, ma la cosa non è stata possibile a causa delle condizioni climatiche avverse. Iñàrritu ha però rivelato al The Hollywood Reporter che il film è stato girato in ordine cronologico.
Frequente è anche l’impiego di primi piani, in grado trasmettere al meglio le emozioni e le sensazioni dei personaggi durante le avventure/disavventure.
Inàrritu fa grande uso di flashback, sequenze oniriche e di scene pregne di simbolismo, tra cui i ricordi di Glass insieme alla moglie e al piccolo Hawk e i sogni in piena agonia.
Tutto questo rende il film qualcosa che va oltre la semplice visione di un bel film e più una vera esperienza sensoriale e psicologica.
Un’enorme nota di merito (vade retro ai tradizionalisti) va alla recitazione degli attori, che nel caso di questo film si mischia inevitabilmente alla prova fisica in condizioni climatiche e meteorologiche al limite.
E’ vero, non tutti avranno trovato Leonardo DiCaprio adatto al ruolo del cacciatore solitario quasi sempre in silenzio essendo abituati al suoi modo di recitare di enorme impatto (esempio più recente quello di The Wolf of Wall Street).
Nonostante ciò, a mio avviso, con le poche battute pronunciate, le varie espressioni del volto e le estenuanti prove di forza (l’attore ha recitato con la bronchite e ha rischiato più volte l’ipotermia) è capace di trasmettere il vissuto di Glass e dare spessore psicologico al personaggio. Lasciando da parte la discussione se questa interpretazione possa portarlo alla vittoria dell’ambita statuetta d’oro, DiCaprio ha fatto un passo avanti nella sua carriera recitativa, mettendosi alla prova, fisicamente e psicologicamente, come non aveva mai fatto prima d’ora.
Degna di nota è anche l’interpretazione di Tom Hardy, al quale il ruolo di “bad guy” viene meglio di volta in volta: capace di farsi odiare in ogni singolo momento del film, è risultato adatto al ruolo, e ha confermato di essere uno dei migliori attori in circolazione ad Hollywood.
 

Leonardo DiCaprio nei panni di Hugh Glass.

La colonna sonora del film (Ryuichi Sakamoto) è funzionale e di grande impatto: delicate nei momenti di quiete e soverchianti nelle scene frenetiche, le musiche riempiono le sequenze dando loro un’ulteriore carica emotiva.
Un’ultima considerazione riguarda gli effetti speciali che, nonostante siano relativamente pochi nel film, sono davvero ben realizzati e in armonia con la naturalezza del film: la scena della lotta con l’orso grizzly è interamente costruita a computer, ma conserva quel senso di realismo che accompagna tutto il film.

CONSIDERAZIONI FINALI

Il film mi è piaciuto molto da un punto di vista tecnico, soprattutto per quanto riguarda la regia e la fotografia. Purtroppo non mi ha entusiasmato per quanto riguarda la storia, trita e ritrita nonostante i vari avvicendamenti e i colpi di scena.

Mi ha impressionato l’eroica interpretazione di DiCaprio e ho trovato Hardy perfetto per il ruolo di Fitzgerald. Ho apprezzato anche le interpretazioni minori di Gleeson e Poulter.

In conclusione, è un film che va visto e va gustato in tutti i suoi aspetti maniacalmente curati: vi coinvolgerà appieno, riempiendovi gli occhi con i suoi colori, le sue ambientazioni e le riprese mozzafiato.

 Iñàrritu si conferma un grande regista, capace di trasmettere forti emozioni sul grande schermo.

 

 

Titoli di testa

La domanda sorge spontanea: quando verranno pubblicati i contenuti?

Questo post serve a specificare proprio la questione. L’idea è quella di almeno un contenuto ogni nuova settimana, che sia una recensione o l’analisi di notizie che mi hanno interessato, anche se so già che difficilmente riuscirò a tenere un ritmo regolare.

La prima recensione sarà sull’ultimo film che ho visto, ovvero Revenant – Redivivo diretto da Alejandro Gonzàlez Iñàrritiu (nella foto), alla sua terza nomination agli Oscar come miglior regista, e interpretato da Leonardo DiCaprio, desideroso di vincere l’ambita statuetta.

Stay tuned!

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Foto del set del film Revenant – Redivivo.